Utente: STARWATCHER
Nome: Marino
Poeta illuminato da mille distorsioni, da mille spine nell'anima.

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Il template, le immagini, ogni contenuto di questo blog è stato creato da me, ad ovvia eccezione delle citazioni e degli angioletti dell'header che sono barbaramente copiati dalla locandina dell'I love techno 2005. Per una visione ottimale si consiglia Firefox @ 1024x768. Con Explorer fa un po' più schifo. Finalmente sono riuscito ad aggiustare la visualizzazione con Firefox. IRACONDIA RULEZ _o/

Il mio blog è stato visitato dall'apertura solo *loading* volte perchè io non scrivo per i mediocri.
Da quando ho messo Shinystat invece le visite sono:

Gesù Cristo.

Il Cielo.

le stelle.

la pizza.

giocare a calcio

la trance

il verismo

la Playstation 3

la mitologia

i fumetti

Watchmen di A.Moore

Rat-Man di L.Ortolani

I Griffin

la techno

uccidermi in palestra

Ligabue

L'ipocrisia

La stupidità

L'incongruenza

L'ostentazione

I taglioni

La Juventus

I falsi alternativi

Le droghe

La gente senza obbiettivi

La tv spazzatura

L'accidia

Gli pseudo atei

Studio aperto

I programmi di Maria de Filippi

I libri di Moccia...

...e chi li prende a modello.

Gouryella - Gouryella

4String - Diving (Cosmic Gate rmx)

Motorcycle - As the rush comes

The Silures - All you can eat

ATB - Let you go

Tiesto - Lethal Industry

Tiesto feat Bt - Love comes again

Mauro Picotto & Mario Piu- Technoarmony

Mauro Picotto vs Gigi D'Agostino - Angel's Symphony

Mauro Picotto - Komodo

Dave Davis - Transfiguration

Sasha - Xpander

Kernkraft - Zombienation

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Cosmic Gate - Exploration of Space

Photek - Glamourama

Tekara feat. Lucy Cotter - Breathe In You

Rexanthony - Capturing matrix

Un po' di tutto, un po' di nulla..
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Giocare a GTAIV sulla PS3

Comprare giubbottino di pelle

Finire di scrivere il "coso"

Addominali a tartaruga

Smettere di fumare

Laurearmi

Trovare un lavoro decente

Avere una macchina mia

Andare al Techno Energy

Rivedere la Reggia di Caserta

Visitare la Grecia

 

Zoo - Isabella Santacroce

V.M. 18 - Isabella Santacroce

Inès dell'anima mia - Isabel Allende

Lovers - Isabella Santacroce

Il danno - Josephine Hart

Ninfa plebea - Domenico Rea

La via del male - Grazia Deledda

Il profumo - Patrick Suskind

Il marchese di roccaverdina - Luigi Capuana

Racconti - Edgar Allan Poe

Destroy - Isabella Santacroce

L'amore ai tempi del colera - Gabriel Garcia Marquez

Novelle dei campi - Giovanni Verga

Le Horla - Guy De Maupassant

Cent'anni di solitudine- Gabriel Garcia Marquez

Cherudek - Valerio Evangelisti
Una breve descrizione di ciascun idolo
martedì, 08 dicembre 2009

Favole...

...e dopo tanto, tantissimo tempo, il cerbiatto tremante ritornò tra le mura del castello fattosi labirinto, li dove i ruscelli scorrevano tumultuosi, e dove l'erba era ormai secca. E ci ritornò non si sa perchè, e non si sa come.
Ma non ebbe bisogno di chiavi per aprire portoni o serrature, perchè il castello lo attendeva prima o poi e, in fondo, il castello era un po' opera sua.
Tutto era silenzio, eccetto i rumori dei ruscelli, e il cerbiatto trovò posto sotto un albero ridotto a scheletro d legno.
Con gli occhi lucidi guardava in alto, in direzione delle torri così alte, dove terminavano le scale di marmo e granito, cercando segnali, cercando il mago che gioisse per il suo ritorno. Ma il cerbiatto si illudeva, perchè da quelle finestre nessuno sembrava affacciarsi.
Smise di guardare lassù, e chiuse gli occhi.
E così tutto restava silenzio.  Nemmeno i folletti gridavano o ridevano tra le stanze.
Ogni cosa taceva.

Passavano giorni silenti.
Il cerbiatto guardava la desolazione attorno a sè, senza che gli facesse più alcun effetto, abituatosi al rumore spaventoso dei ruscelli, a quello delle cascate che sputavano acqua, ai versi acuti dei vezzosi pavoni.
Fino a che un giorno con la coda dell'occhio gli sembrò di cogliere un viso sporgersi dalla finestra di una torre del castello. Si girò il cerbiatto, smettendo di tremare per un istante: un viso, un viso di un folletto, che sorrideva e per un attimo indicava là, lontano, lontano...lontano....
Ma sparì immediatamente, tanto da sembrare una illusione.
Smise di guardare lassù, e chiuse gli occhi.
E così tutto restava silenzio.  Nemmeno i folletti gridavano o ridevano tra le stanze.
Ogni cosa taceva.

Rumori dalle porte.
Di colpo il cerbiatto alzò gli occhi, smettendo di tremare.
Il mago rintanato nell'alta torre, la cui entrata era nascosta tra i decori di porpora e perla, si affacciò allla stretta finestra, e volse lo sguardo in direzione delle porte d'ebano.

Come finisca la favola non è dato saperlo. 
Ma i folletti raccontano che le porte cigolarono per giorni, sempre più forte. Raccontano del mago che scese di sua volontà dalla torre. Raccontano di non sapere come si siano aperti i portoni d'ebano, perchè in quell'istante ci fu il silenzio più assoluto, nonostante attorno ci fosse il caos. Raccontano che quei portoni siano ora di nuovo chiusi. Raccontano del cerbiatto che pare abbia smesso di tremare, quando lo accarezza una mano leggera. Raccontano di un castello che si trasforma giorno dopo giorno, guidato dalle parole e dai gesti e dagli sguardi di chi riesce a renderlo nient'altro che un paese delle meraviglie...





IRACONDIA ha estinto il silenzio alle ore 18:29 | link | commenti (3)
categorie: pensieri, racconti
lunedì, 04 maggio 2009

anacronismo

...e ogni tanto la testa vola, e và dove non ha più alcun senso andare.
E Lei mi chiedeva il perchè, mi chiedeva se fossi certo, mi chiedeva il motivo, mi chiedeva di tacere.
E le risposte avevano odori tropicali di ananas, di polvere pirica di fuochi d'artificio lanciati in cielo l'uno dopo l'altro.
Spiegazioni irrazionali, favole innocenti, e poi scoprire che la risposta era là, evidente come un cerchio capitato chissà come in mezzo a mille quadrati.

I suoi occhi avevano il disegno di quelli occhi che sognavi da bambino, quando i tuoi ti portavano in giro e ogni persona che passava per strada era alta almeno il doppio di te, quando accanto ti passava un ragazzo che teneva per mano una ragazza, e provavi a immaginare a come sarebbe stato quando quel ragazzo saresti stato tu.
Ecco: i suoi occhi avevano il disegno di quelli della ragazza che sognavi potesse un giorno passeggiare con te.

Inutile, tardiva risposta. Forse consola sapere che un quadrato rimane sempre un quadrato, e un cerchio rimane sempre un cerchio. E negli spigoli dell'uno non può ritrovarsi l'altro, che tu ci provi con la ragione o col sentimento.
Mai.




IRACONDIA ha estinto il silenzio alle ore 00:26 | link | commenti (2)
categorie: pensieri, racconti
sabato, 28 febbraio 2009

Favole

Pare che tempo fa vi fossero alcuni villaggi, l'uno vicino all'altro, dove la vita scorresse semplicemente.
C'erano feste, e giornate di lavoro, e giornate di sole e giornate di pioggia.
La leggenda racconta che un giorno una giovane fanciulla di uno di questi villaggi, mentre cercava fiori e raccoglieva bacche nei campi fuori da essi, notò qualcosa scintillare lontano, lì dove l'erba terminava, gli alberi non crescevano, e iniziava un deserto di sabbia finissima. Così fina da entrare negli occhi e far cadere lacrime pesanti, così sottile da entrare in gola e far tossire. Sabbia strana, eppure all'apparenza così comune.
La fanciulla guardò lì distante, e scorse un bagliore: incuriosita, lasciò i sentieri conosciuti e, passo dopo passo, arrivò dove i fili d'erba si confondevano poco per volta ai grani di sabbia.
Qui, stupita, attonita, comprese che quel bagliore insolito giungeva da una alta torre di un castello lontano che si stagliava in mezzo a quella secca solitudine.

Tolse le sue scarpe, e a piedi nudi attraversò quelle basse dune, avvicinandosi sempre più a quel castello: avvicinandosi a ogni passo ne scorgeva un dettaglio, sempre più definito, poi un altro ancora.
Infine, dopo un cammino non troppo lungo, giunse alla soglia di quel castello così alto e, incuriosita, pose le mani sull'enorme portone d'ebano.
Spinse leggermente, e le porte si aprirono.

Quel che vide fu meraviglioso: il castello sembrava così grande dall'esterno, ma quel che nascondeva sembrava non poter essere nemmeno contenuto lì dentro.
Erba dorata, e alberi sconosciuti dai frutti deliziosi, e persino piccoli fiumi attraversati da ponticelli, e piccole cascate scorrevano al suo interno.
Vi erano pavoni dalle vezzose code multicolori: poi rondini e usignoli volavano in un cielo che, sebbene delimitato da mura, sembrava non avesse mai fine.
La fanciulle scorse una scalinata di marmo e granito, e salì sino a giungere a un palazzo -un castello nel castello- fatto di stanze decorate con disegni di porpora e perla. Vi erano sale da pranzo con tavoli dalle tovaglie di lino, camere da letto dai letti a baldacchino e dalla lenzuola di raso, camere completamente oscure, camere dalle dozzine di finistre, camere sulle cui pareti erano appese decine e decine di dipinti, camere di arazzi, camere di sculture, camere dagli alti scaffali su cui erano adagiati libri d'ogni sorta.
Le attraversò una dopo l'altra, sempre più incuriosita, sempre più attratta dallo splendore di quel luogo.
Passo dopo passo, attimo dopo attimo, stanza dopo stanza, sino a che aprì una porta: dietro vi era una moltitudine di folletti, e ne rimase spaventata.
Ma uno di questi si alzò, e si avvicinò a rassicurarla. Le disse che erano lì per servirla, per rendere il soggiorno più piacevole, se avesse voluto rimanere.
La fanciulla rimase, e passava giorni guardando i meravigliosi giochi d'acqua delle fontane, rincorrendo i cerbiatti in un luminoso bosco che sorgeva nel castello che sembrava non avesse fine, riposando sulle lenzula di raso, rispondendo al canto degli usignoli. Ogni cosa, anche la più semplice, sembrava così meravigliosa.
La leggenda racconta che, prima di lei, numerose fanciulle scoprirono il castello: qualcuna ci rimase solo pochi giorni, qualcuna mesi e mesi, qualcuna anni. Alcune furono mandate vie, altre decisero che in quel castello non c'era nulla che potesse fare per loro.
Anche la fanciulla andò via. Si accorse giorno dopo giorno che i cerbiatti non rispondevano più al suo richiamo, che le cascate non cadevano più con quel rumore che richiamava sogni da fiaba, ma con turbinii spaventosi, che le lenzuola di raso sembravano più dure, che i folletti non correvano più da lei.
Sino a che un giorno, svegliatasi trovò il silenzio:  e una semplice voce lontana che le diceva: "Lascia il castello, lascia il suo giardino, lascia gli esseri che ospita, lascia ogni cosa, e lasciala sola."
Andò via.
Ritornò al suo villaggio, e i giorni passarono.
La leggenda racconta che, dopo di lei, numerose fanciulle scoprirono il castello: qualcuna ci rimase solo pochi giorni, qualcuna mesi e mesi, qualcuna anni. Alcune furono mandate vie, altre decisero che in quel castello non c'era nulla che potesse fare per loro.
Fino a che la fanciulla, unica fra le altre, cogliendo fiori e bacche, si ricordò di quel castello e, senza vedere alcuna luce, alcun bagliore, si avventurò nel deserto, e ne ritrovò la porta d'accesso.
La trovò spalancata.
Ma l'erba era secca, gli alberi spogli, nessun uccello nel cielo. I fiumi scorrevano ancora, ma impetuosi e profondi, e le cascate sputavano acqua come smaniosi di cacciar via quella che facevano cadere, per risputarne ancora. I pavoni vezzosi giravano ancora per i secchi prati, le code aperte all'inverosimile, gracchiavano urlando tra i resti di quel che era il giardino.
Lontano, nel bosco ormai arido, scorse un unico cerbiatto, rannicchiato su sè stesso, mugolare tremando.
Scalò i gradini in marmo, giunse alle camere in rovina. Trovò un folletto che la salutò, e lei sorrise. La portò per mano verso una porta, mai da lei vista prima, nascosta tra i decori di porpora e perla; la aprì, le disse di salire una scala in legno, da sola.
Giunse in cima, e trovò un'altra porta: la aprì, e dentro, affacciato a una finestra che dava sul giardino, vi era un mago, ma la fanciulla non si stupì.
Passarono giorni e giorni: entrambi scesero nel giardino in rovina, e parlavano per ore, mentre lei accarezzava il cerbiatto tremante, e quando il mago rimaneva in silenzio, lei ascoltava gli incubi che i torrenti portavano alla mente nel loro fluire.
Lei gli chiese cosa fosse tutto ciò. Il mago rispose solamente "magie."
Lei gli chiese il perchè. Il mago rispose solamente "perchè l'unico mio modo, l'unica mia condanna che mi permette di vivere ancora, è incantare il vuoto, costruire castelli, renderli meravigliosi, e ospitare qualcuno qui dentro. Vivo dei sogni che costruisco io stesso, vivo grazie ai sogni di chi rinchiundo nelle mie stesse magie."
Lei gli chiese perchè l'avesse mandata via. Il mago rispose solamente "perchè a volte i maghi si illudono di poter creare ancor più meravigliose magie."
Lei gli chiese perchè tutto fosse in rovina. Il mago rispose semplicemente "ci fu qualcuno che decise di vivere per sempre qui dentro, o almeno io compresi così. E poi tutto impazzì: quel che creavo diventava labirinto. Pareti che si ergevano e poi collassavano su loro stesse. Provavo incantesimi senza conoscerli. Non sapevo se volevo lasciare questo qualcuno vivere per sempre qui dentro. Forse non sono abbastanza mago per creare l'incantesimo perfetto. Poi ci fu il silenzio, e non funzionarono più a nulla le mie magie."
Lei rispose solamente "Anche io avrei voluto vivere per sempre qui." Lui rispose solamente "Lo so."
Lei chiese cosa avrebbe fatto di quel castello in sfacelo. Lui rispose "Aspetterò che qualcun altro giunga qui, lascerò il portone come sempre all'apparenza chiuso. Ma, senza alcuna chiave a chiuderlo, basterà spingerlo per entrarci. E proverò a ricostruirlo, perchè è l'unica magia che conosco e che mi permette di vivere ancora."
Lei aprì il palmo della mano, lo guardò fisso negli occhi. Ma non era uno sguardo di approvazione. Lui guardò in terra, sconsolato cercò nelle tasche, e le diede una chiave.
La fanciulla si alzò, si diresse nel bosco, prese in grembo il cerbiatto tremante, e a passi decisi ritornò in giardino, dove ancora il mago guardava in terra, seduto ai piedi di un rinsecchito albero. Gli passò innanzi senza guardarlo, solcò il giardino in direzione del portone di ebano. Uscì, lo chiuse saldamente, girò per due, tre, infinite volte la chiave, la tirò fuori dalla toppa.
Lasciò il castello alle sue spalle, e andò via.
IRACONDIA ha estinto il silenzio alle ore 12:38 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, racconti
venerdì, 12 dicembre 2008

Folle

Vengo da una razza nota per la forza della fantasia e l’ardore della passione.
Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale.
Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano solo di notte. Nelle loro visioni grigie captano sprazzi d’eternità, e tremano, svegliandosi, nello scoprire di essere giunti al limite del grande segreto. In un attimo, apprendono qualcosa del discernimento del bene e qualcosa più che la pura e semplice conoscenza del male. Penetrano, senza timore né bussola nel vasto oceano della «ineffabile luce» e ancora, come gli avventurieri del geografo della Nubia, «aggressi sunt mare tenebrarum, quid in eo esset exploraturi».
Diremo dunque, che sono pazzo.
Ammetto, almeno, che ci sono due distinte condizioni della mia esistenza psichica, l’una di lucida ragione, senza dubbi relativa al ricordo degli eventi che costituirono la prima parte della mia vita... l’altra di ombra e di dubbio, riguardante il presente, che costituisce la parte più lunga della mia esistenza.

Edgar Allan Poe - Eleonora.

IRACONDIA ha estinto il silenzio alle ore 14:44 | link | commenti (8)
categorie: libri, racconti
domenica, 16 novembre 2008

Sibilla

La letteratura latina ci tramanda storie di Sibille: erano vecchiette vergini, votate a un dio, capaci di offrire responsi e profezie.
La letteratura latina ci tradamanda di una Sibilla, Cumana, che un giorno attraversò la Roma della monarchia, con unico scopo quello di farsi ricevere dal re Tarquinio. Attraversò strade, passò attraverso mercati, accanto a templi, calpestando con i suoi piedi il selciato delle vie.
Giunta infine presso la corte del re, riuscì da questi a farsi ricevere: alla sua presenza tirò fuori da una rovinata bisaccia che aveva accanto nove libri, offrendoli al re in cambio di una cifra che Tarquinio ritenne eccessiva. Il re, dunque, rifiutò, quasi deridendo l'indifesa vecchina.
Ma lei non si scompose: prese tre dei nove libri e li gettò senza pensarci nel fuoco.
"Rimangono sei libri, o Re, e il prezzo è sempre quello."
Tarquinio, impressionato dal gesto, rimase titubante: perchè accettare sei libri allo stesso prezzo di nove? Rifiutò per la seconda volta.
La Sibilla, ancora, prese altri tre libri tra i sei che rimanevano, e gettò anche questi nel fuoco.
"Sire, rimangono tre libri. Il prezzo non è cambiato: è ancora quello di partenza."
Tarquinio, spaventato, tremante, accettò immediatamente di comprare quegli unici tre libri rimasti allo stesso prezzo con cui ne avrebbe potuti comprare nove.
Pagò il prezzo proposto dalla Sibilla, afferrò i libri, e si accorse di essere rimasto improvvisamente solo, poichè la vecchietta era sparita.
Da quel giorno, sotto ordine del re, gli unici tre libri rimasti furono conservati sotto il tempio di Giove Capitolino, protetti da alcuni membri eletti dei patrizi e dei plebei, e consultati ogni volta che Roma si trovasse in situazioni delicate.
IRACONDIA ha estinto il silenzio alle ore 11:28 | link | commenti (4)
categorie: racconti
martedì, 01 aprile 2008

Annebbiata

Ve lo avevo promesso, anche se probabilmente non ve ne può fregare meno di niente: questa è una citazione di Guy de Maupassant, un autore francese di racconti che non mi ha mai appassionato più di tanto, eccetto per un racconto che mi ha colpito e mi ha fatto rabbrividire nel vero senso della parola, mi riferisco a Le Horlà.
Lo consiglio a chiunque, anche perchè è un racconto breve e si legge in mezzo pomeriggio. In ogni caso questa è la splendida citazione del nostro Guy, che mi ricorda molto quella di Nietzsche del caos dentro di sè.

"Ho paura della paura; paura degli spasmi del mio spirito che delira, paura di questa orribile sensazione di incomprensibile terrore. Ho paura delle pareti, dei mobili, degli oggetti familiari che si animano di una specie di vita animale. Ho paura soprattutto del disordine del mio pensiero, della ragione che mi sfugge annebbiata, dispersa da un'angoscia misteriosa."

Per il resto: si è esaudito il primo desiderio della wishlist, quello del giubbotto di pelle, ragion per cui ho dato qualche aggiustatina al blog e ovviamente ho anche aggiunto OpticalIllusion tra i miei link. :)
Se poi avete ancora un po' di tempo da perdere, questa è As the rush comes, dei Motorcycles. Il genere è elettronico, ma vi assicuro che è una canzone che piace a chiunque.

STARWATCHER ha estinto il silenzio alle ore 21:09 | link | commenti (2)
categorie: racconti
giovedì, 19 luglio 2007

Isabel Allende

Torno a scrivere qui, Msn è decisamente troppo poco poetico per i miei gusti; in ogni caso continuerò a scrivere su entrambi, magari qui le cose più "serie", là le fesserie.
Invece questo angolino creato da me è perfetto per i miei deliri.

Sto leggendo molto di Isabel Allende negli ultimi mesi: dopo aver letto "La casa degli spiriti", suo romanzo d'esordio, e "Eva Luna", non potevo non leggere "Inès dell'anima mia".
Inutile tentare di descriverlo in poche righe, ma ci proverò: è un romanzo che descrive più o meno storicamente la vita di Inès Suarez (attenzione a pronunciarla con l'accento sulla E, così il suo nome potrà meglio far venire alla vostra mente l'idea di una energica spagnola) , conquistatrice del Cile, amante di Pedro di Valdivia prima e sposa di Rodrigo de Quiroga poi, due storici conquistadores dei tempi di Pizarro.
Nel romanzo la Allende fa il possibile-così ci dice- per far si che tutto rispecchi quanto più possibile la storia, o almeno quello che ci è rimasto di raccontato, della Suarez.
"Inès dell'anima mia" è raccontato come se fosse una autobiografia di Inès, e proprio questa scelta stilistica permette di raggiungere toni lirici elevatissimi, oltre che di dare l'impressione al lettore di ascoltare dal vivo le parole della donna.
Non vado oltre, perchè un libro del genere va solo ed esclusivamente letto, e concludo con due frasi tratte da "La figlia della fortuna", sempre della Allende, che sto leggendo in questi giorni di calura.

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"Io sono stato una disgrazia."
"La disgrazia è stata innamorarsi di un uomo cattivo. Tu sei la redenzione"

( Scambio di battute tra Joaquìn e Eliza )

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"Sei il mio angelo e la mia perdizione, in tua presenza raggiungo l'estasi divina e in tua assenza sprofondo all'inferno, qual è la natura del potere che eserciti su di me, Eliza? Non parlarmi di domani e di ieri, vivo solamente per questo istante dell'oggi in cui torno a inabissarmi nella notte infinita dei tuoi occhi scuri"

( Da una lettera di Joaquìn a Eliza )

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STARWATCHER ha estinto il silenzio alle ore 22:57 | link | commenti
categorie: racconti
domenica, 23 aprile 2006

L'uomo e il naso

L' UOMO E IL NASO

Tragedia in un atto tratta da una storia vera.

Prefazione:
E' da molto che non aggiorno il blog; studio, mancanza di tempo e altri interessi mi impediscono di farlo. Tutto sommato mi rimane il tempo per scrivere almeno una volta a settimana un post interessante, anche se ho notato che gli ultimi sono tutti post divertenti e umoristici: per questo scrivo ora un intervento tragico, tratto da una storia vera che ho osservato qualche giorno fa mentre ero sul mio balcone a fumarmi una sigaretta, godendomi i primi caldi raggi di sole.

Protagonisti:
L'uomo: Un ragazzo sui trent'anni, basso e sovrappeso, vestito in maniera sportiva, probabilmente poco interessante, sicuramente non affascinante.
Il naso: Il suo naso: normale, forse leggermente più grosso degli altri.
L'ospite inatteso: Quello che tutti sanno prima o poi arriverà e sperano di trovarsi premuniti per quella occasione.

ATTO PRIMO E UNICO.

L'uomo passeggiava per la strada: erano le 14 e 30 di un caldo pomeriggio primaverile. Probabilmente tornava a casa, probabilmente lo aspettava un piatto di spaghetti fumanti.
Pochi passi su quel marciapiede percorso così tante volte. Poi si fermò. Angosciato si rese conto che gli mancava il respiro: la sigaretta che teneva tra le labbra gli impediva di respirare dalla bocca, mentre il suo naso, otturato, si rifiutava di compiere il suo dovere.
Mise una mano in tasca, poi di corsa rovistò tra quelle del giubbetto leggero ma non trovò nessun quadrato di stoffa o di carta che potesse salvarlo.
Si fermò impietrito.
Iniziò a sudare freddo.
Il senso di oppressione gli saliva dal petto alla testa, per cui decise di tentare il tutto per tutto pur di elimare l'ospite che si annidava nelle narici.
Un attimo di esitazione guardandosi attorno; poi, non incrociando nessuno, si chinò leggermente, posò un dito su una narice e espirò violentemente.
Il muco esplose fuori dal suo naso prima come un lungo lombrico dolorante, poi, grazie ad altri decisi soffi, si trasformò in null'altro che brevi gocce che zampillavano qui e là.
L'uomo esultò guardando disteso in terra quell'ospite fastidioso, oramai innocuo e volle passarsi la mano sulla fronte in segno di scongiurato pericolo, ma si accorse che alcuni resti del suo giallognolo moccio erano eroicamente attaccati al suo indice e si fermò.
Si guardò ancora una volta attorno, poi, accorgendosi di essere sempre solo, prese a camminare strofinando le dita sul mura della casa vicina per una lunghezza di due metri buoni, infine, verificando che la nettatura fosse completa, si cacciò le mani in tasca e passeggiò eroicamente in direzione di casa.

Epilogo

L'uomo era trionfante, ma non sapeva che dal balcone di una casa qualche metro lontana da lui un ragazzo osservava tutto e si apprestava a vendicare il muro della casa del vicino ingiustamente imbrattato di liquidi nasali altrui.

THE END




STARWATCHER ha estinto il silenzio alle ore 23:32 | link | commenti (4)
categorie: racconti
giovedì, 09 marzo 2006

Do you study in Bari? AHAHAHAH!

STORIA DI UN ESAME*
Tratto da una storia vera.

*Una storia scritta a cazzo di cane secondo i dettami dello strutturalismo presi a prestito da quei grandissimi froci del fottuto giardino dell' Oulipo del cazzo. E se pensate che non sia così andate a farvi fottere.

Protagonisti:
IRACONDIA THE STARWATCHER: Lo studente studioso ma non eccessivamente. Sarei io per chi non lo abbia capito.
SUPERBIO: Lo studente sfigato ma anche un po' geggè.
LOOK: Lo studente apparente, in realtà noto pornoattore italiano.
NICLA: La studentessa leggermente pazzoide e fortunata.
MENTRE: No, non è un avverbio di tempo, è la professoressa che tiene l'esame.

Comparse:
BARBIE VERSIONE SCORFANO: Assistente della Mentre.
DONNONE TAPIRO: Studentessa dal simpatico naso simile a quello di un formichiere che ha scelto questo come un esame a scelta.
MISS FONDOTINTA: Quasi laureata molto carina, in realtà ricoperta di uno strato di numero due (2) centimetri di fondotinta.
LA CESSA: Bionda, occhi azzurri, ma stranamente cessa. Le cose strane della vita.
LA FOLLA: Varie ed eventuali ragazze di ogni specie presenti a quell'esame.
UOMO NON MEGLIO IDENTIFICATO: Uomo che non si sa chi sia, cosa faccia, cosa voglia, dove vada e perchè. Nonostante ciò rompe il cazzo più di chiunque altro.

TRAMA

                                                      GIORNO NUMERO UNO
L'esame è rimandato al giorno numero tre.
Improperi, bestemmie, urla e anatemi.
                                                      GIORNO NUMERO TRE
La professoressa Mentre arriva con due ore di ritardo.
Bestemmie.
Riuscirà a esaminare solo sette persone tra cui il pornoattore Look che prenderà 28 come i suoi centimetri. Curioso notare come LOOK sia stato lasciato nel bel mezzo dell'esame perchè la professoressa aveva un impegno urgente, che poi si scoprirà essere l'andare a prendere il caffè con la barbie versione scorfano.
L'esame è rinviato al giorno numero quattro, con promessa da parte della Mentre di presentarsi in orario.
Intanto lo studente IRACONDIA e la studentessa NICLA quel pomeriggio seguono un laboratorio. Tornando a casa il treno di IRACONDIA fa un'ora e mezza di ritardo perchè il capotreno, sceso alla stazione X, si è dimenticato di risalire sul treno che quindi ha viaggiato fino a Y senza capotreno, quindi il macchinista ha aspettato a Y che il capotreno tornasse da X.
Qui le bestemmie son poche data la stanchezza.
                                                          GIORNO NUMERO QUATTRO
La professoressa arriva con due ore di ritardo, nonostante la promessa del giorno prima.
Bestemmie.
Entra la laureanda Miss Fondotinta, rimanendo mezz'ora con la prof.
Ulteriori bestemmie.

Viene interrogata prima Nicla, l'unica a sostenere un esame decente.
Tocca a IRACONDIA, che viene fermato a metà della prima domanda causa sopraggiungere di un individuo non meglio identificato che doveva conferire con la professoressa: per tanto lo studente IRACONDIA e' pregato di accomodarsi fuori "per favore".
Ennesime bestemmie.
Dopo un quarto d'ora l'individuo non meglio identificato decide che è giunta l'ora di andarsene dalle palle, IRACONDIA può continuare l'esame.
A metà della seconda domanda viene interrotto da una telefonata sul cellulare della professoressa.
Bestemmie in quantità.
Dopo cinque minuti la professoressa termina la telefonata.
All'inizio della terza domanda viene ancora interrotto da una ulteriore telefonata sul cellulare della professoressa.
Magna copia di bestemmie.
Dopo qualche minuto l'esame riprende: in mezz'ora di esame il signor IRACONDIA è stato effettivamente esaminato per non più di numero cinque (5) minuti.
Bestemmie in numero oramai non quantificabile.
Ora tocca a Superbio dare l'esame, quanto avrà preso?
                                                              THE END
Ps: curiosi di sapere quanto ha preso eh? Andate sul suo sito - lo trovate tra i link- e sicuramente tra qualche ora troverete un bel post pieno di urla e insulti.

STARWATCHER ha estinto il silenzio alle ore 22:37 | link | commenti (4)
categorie: racconti
martedì, 25 ottobre 2005

LOVE THEM DUSK

Brian Watcher era fermo lì da giorni e guardava il cielo piangendo.
Guardava quel cielo che non aveva alcun tramonto e non aveva alcuna alba; non c'era il sole o forse ce n'erano troppi.
Non c'erano le stelle che conosceva, c'erano solo punti di luce nello sporco buio, ed a momenti strisce di luce ferivano la nera parete che si trovava dinanzi ai suoi occhi.
Brian Watcher era là da ventidue ore. Fermo, immobile nella sua tuta di plastica, vetro e carbonio.
Le gambe spezzate oramai non gli procuravano alcun dolore, ed in ogni caso sapeva che la sua fine sarebbe giunta di lì a momenti: la riserva d'aria della sua tuta stava per terminare, e anche se fosse durata in eterno sarebbe morto di fame e di sete.
DODICI GIORNI PRIMA
Brian Watcher partiva per Saturno a bordo dell' EnEr-JIZE 28, mezzo a propulsione a idrogeno utilizzato dal Centro Mondiale Aerospaziale.
Con lui partivano altri tre uomini del C.M.A.
Five Four Three Two One Zero.
L'EnEr-JIZE 28 lascia il suolo terrestre. Poco distante da esso c'è Lylya Watcher, moglie di Brian da sole due settimane, che guarda commossa suo marito partire per lo spazio per una missione che durerà pochi giorni.
DIECI GIORNI PRIMA
L'equipaggio , terminata la missione, si appresta a tornare sulla Terra, ma l' En-Er-JIZE 28 non risponde più ai comandi del suo equipaggio e parte con i motori al massimo alla deriva nello spazio.
NOVE GIORNI PRIMA
L'EnEr-JIZE 28 abbandona il sistema solare.
SETTE GIORNI PRIMA
L'EnEr-JIZE 28 entra in un quadrante sconosciuto.
TRE GIORNI PRIMA
Due membri dell'equipaggio perdono la ragione oltre alla speranza di tornare a casa.
Brian Watcher è costretto a immobilizzarli, aiutato dal secondo pilota, ancora lucido di mente.
DUE GIORNI PRIMA
L' EnEr-JIZE 28 entra in rotta di collisione con un grosso meteorite. Ma a bordo nessuno ancora lo sa.
QUARANTASETTE ORE PRIMA
Il sistema elettronico dell'EnEr-JIZE 28 impazzisce totalmente. Sullo schermo principale appaiono numeri e lettere a caso, inframezzati da video delle famiglie che i membri dell'astronave avevano caricato su di esso per sentirsi meno soli in quel breve viaggio. A tratti il sistema audio diffonde note di canzoni scelte per rilassarsi durante il tragitto.
TRENTADUE ORE PRIMA
Il sistema elettronico dell'EnEr-JIZE va in totale corto circuito. Lo schermo principale si spegne.
TRENTA ORE PRIMA
I due schermi di supporto si spengono anch'essi.
VENTISEI ORE PRIMA
Il sistema audio inizia a diffondere canzoni in modalità casuale seguite da altre in modalità ripetizione, anche per ventiquattro volte di seguito.
VENTIQUATTRO ORE PRIMA
I motori dell' EnEr-JIZE 28 si spengono.
VENTITRE ORE PRIMA
Brian Watcher ed il secondo pilota avvistano un meteorite poco distante da loro. I due restanti membri dell'equipaggio sono oramai in stato di catalessi.
MILLETRECENTOCINQUANTA MINUTI PRIMA
Brian Watcher ed il secondo pilota, vista l'impossibilità di evitare lo schianto, indossano le tute spaziali e si assicurano ai sedili di comando.
Nel panico dimenticano i colleghi nel modulo secondario, legati alle cuccette.
VENTIDUE ORE PRIMA
L' ErEr-JIZE si schianta, e roteando si conficca nel meteorite dalla parte posteriore. Muiono sul colpo tutti gli astronauti presenti al suo interno eccetto Brian Watcher, i cui arti si spezzano però di colpo.
ORA.
Brian Watcher era fermo lì da giorni e guardava il cielo.
Lo guardava chiedendosi dove fosse la Terra, dove fosse la sua Lylya che non avrebbe piu rivisto.
Sarebbe morto solo, accanto ad altri tre cadaveri, senza possibilità di reagire, senza possibilità di tentare nulla.
L'impianto audio riprese a funzionare, diffondendo nel mezzo spaziale le note di una canzone vecchia di centoventiquattro anni, composta agli inizi del secondo millennio.
Love theme dusk, di Mike Foyle e Signalrunners.
Venne suonata cento e ancora cento volte, ed ogni volta che ricominciava a Brian veniva in mente qualcosa, ma piu si sforzava più questa cosa gli sfuggiva. Ed egli allora piangeva.
La canzone ricominciò per l'ennesima volta, ma questa volta Brian ricordò.
Ricordò gli occhi che aveva Lylya quando lui le disse per la prima volta che l'amava.
Ricordò i suoi occhi neri, enormi, lucidi e infiniti, come quel cielo che aveva dinanzi a se'.
Ricordò e sorrise.
E mentre sorrideva morente guardava il cielo, ed il cielo guardava lui morire.
Nello stesso istante, ma a migliaia di anni luce di distanza, Lylya Watcher che non smetteva da giorni di piangere accese la radio ed ascoltò il presentatore annunciare una canzone vecchia di centoventiquattro anni.
Love theme dusk, di Mike Foyle e Signalrunners.
Senza sapere neanche perchè ella sorrise e morì.
Questo racconto è stato scritto il 2 ottobre 2005 sul mio vecchio blog.
STARWATCHER ha estinto il silenzio alle ore 14:07 | link | commenti (4)
categorie: racconti


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