Pare che tempo fa vi fossero alcuni villaggi, l'uno vicino all'altro, dove la vita scorresse semplicemente.
C'erano feste, e giornate di lavoro, e giornate di sole e giornate di pioggia.
La leggenda racconta che un giorno una giovane fanciulla di uno di questi villaggi, mentre cercava fiori e raccoglieva bacche nei campi fuori da essi, notò qualcosa scintillare lontano, lì dove l'erba terminava, gli alberi non crescevano, e iniziava un deserto di sabbia finissima. Così fina da entrare negli occhi e far cadere lacrime pesanti, così sottile da entrare in gola e far tossire. Sabbia strana, eppure all'apparenza così comune.
La fanciulla guardò lì distante, e scorse un bagliore: incuriosita, lasciò i sentieri conosciuti e, passo dopo passo, arrivò dove i fili d'erba si confondevano poco per volta ai grani di sabbia.
Qui, stupita, attonita, comprese che quel bagliore insolito giungeva da una alta torre di un castello lontano che si stagliava in mezzo a quella secca solitudine.
Tolse le sue scarpe, e a piedi nudi attraversò quelle basse dune, avvicinandosi sempre più a quel castello: avvicinandosi a ogni passo ne scorgeva un dettaglio, sempre più definito, poi un altro ancora.
Infine, dopo un cammino non troppo lungo, giunse alla soglia di quel castello così alto e, incuriosita, pose le mani sull'enorme portone d'ebano.
Spinse leggermente, e le porte si aprirono.
Quel che vide fu meraviglioso: il castello sembrava così grande dall'esterno, ma quel che nascondeva sembrava non poter essere nemmeno contenuto lì dentro.
Erba dorata, e alberi sconosciuti dai frutti deliziosi, e persino piccoli fiumi attraversati da ponticelli, e piccole cascate scorrevano al suo interno.
Vi erano pavoni dalle vezzose code multicolori: poi rondini e usignoli volavano in un cielo che, sebbene delimitato da mura, sembrava non avesse mai fine.
La fanciulle scorse una scalinata di marmo e granito, e salì sino a giungere a un palazzo -un castello nel castello- fatto di stanze decorate con disegni di porpora e perla. Vi erano sale da pranzo con tavoli dalle tovaglie di lino, camere da letto dai letti a baldacchino e dalla lenzuola di raso, camere completamente oscure, camere dalle dozzine di finistre, camere sulle cui pareti erano appese decine e decine di dipinti, camere di arazzi, camere di sculture, camere dagli alti scaffali su cui erano adagiati libri d'ogni sorta.
Le attraversò una dopo l'altra, sempre più incuriosita, sempre più attratta dallo splendore di quel luogo.
Passo dopo passo, attimo dopo attimo, stanza dopo stanza, sino a che aprì una porta: dietro vi era una moltitudine di folletti, e ne rimase spaventata.
Ma uno di questi si alzò, e si avvicinò a rassicurarla. Le disse che erano lì per servirla, per rendere il soggiorno più piacevole, se avesse voluto rimanere.
La fanciulla rimase, e passava giorni guardando i meravigliosi giochi d'acqua delle fontane, rincorrendo i cerbiatti in un luminoso bosco che sorgeva nel castello che sembrava non avesse fine, riposando sulle lenzula di raso, rispondendo al canto degli usignoli. Ogni cosa, anche la più semplice, sembrava così meravigliosa.
La leggenda racconta che, prima di lei, numerose fanciulle scoprirono il castello: qualcuna ci rimase solo pochi giorni, qualcuna mesi e mesi, qualcuna anni. Alcune furono mandate vie, altre decisero che in quel castello non c'era nulla che potesse fare per loro.
Anche la fanciulla andò via. Si accorse giorno dopo giorno che i cerbiatti non rispondevano più al suo richiamo, che le cascate non cadevano più con quel rumore che richiamava sogni da fiaba, ma con turbinii spaventosi, che le lenzuola di raso sembravano più dure, che i folletti non correvano più da lei.
Sino a che un giorno, svegliatasi trovò il silenzio: e una semplice voce lontana che le diceva: "Lascia il castello, lascia il suo giardino, lascia gli esseri che ospita, lascia ogni cosa, e lasciala sola."
Andò via.
Ritornò al suo villaggio, e i giorni passarono.
La leggenda racconta che, dopo di lei, numerose fanciulle scoprirono il castello: qualcuna ci rimase solo pochi giorni, qualcuna mesi e mesi, qualcuna anni. Alcune furono mandate vie, altre decisero che in quel castello non c'era nulla che potesse fare per loro.
Fino a che la fanciulla, unica fra le altre, cogliendo fiori e bacche, si ricordò di quel castello e, senza vedere alcuna luce, alcun bagliore, si avventurò nel deserto, e ne ritrovò la porta d'accesso.
La trovò spalancata.
Ma l'erba era secca, gli alberi spogli, nessun uccello nel cielo. I fiumi scorrevano ancora, ma impetuosi e profondi, e le cascate sputavano acqua come smaniosi di cacciar via quella che facevano cadere, per risputarne ancora. I pavoni vezzosi giravano ancora per i secchi prati, le code aperte all'inverosimile, gracchiavano urlando tra i resti di quel che era il giardino.
Lontano, nel bosco ormai arido, scorse un unico cerbiatto, rannicchiato su sè stesso, mugolare tremando.
Scalò i gradini in marmo, giunse alle camere in rovina. Trovò un folletto che la salutò, e lei sorrise. La portò per mano verso una porta, mai da lei vista prima, nascosta tra i decori di porpora e perla; la aprì, le disse di salire una scala in legno, da sola.
Giunse in cima, e trovò un'altra porta: la aprì, e dentro, affacciato a una finestra che dava sul giardino, vi era un mago, ma la fanciulla non si stupì.
Passarono giorni e giorni: entrambi scesero nel giardino in rovina, e parlavano per ore, mentre lei accarezzava il cerbiatto tremante, e quando il mago rimaneva in silenzio, lei ascoltava gli incubi che i torrenti portavano alla mente nel loro fluire.
Lei gli chiese cosa fosse tutto ciò. Il mago rispose solamente "magie."
Lei gli chiese il perchè. Il mago rispose solamente "perchè l'unico mio modo, l'unica mia condanna che mi permette di vivere ancora, è incantare il vuoto, costruire castelli, renderli meravigliosi, e ospitare qualcuno qui dentro. Vivo dei sogni che costruisco io stesso, vivo grazie ai sogni di chi rinchiundo nelle mie stesse magie."
Lei gli chiese perchè l'avesse mandata via. Il mago rispose solamente "perchè a volte i maghi si illudono di poter creare ancor più meravigliose magie."
Lei gli chiese perchè tutto fosse in rovina. Il mago rispose semplicemente "ci fu qualcuno che decise di vivere per sempre qui dentro, o almeno io compresi così. E poi tutto impazzì: quel che creavo diventava labirinto. Pareti che si ergevano e poi collassavano su loro stesse. Provavo incantesimi senza conoscerli. Non sapevo se volevo lasciare questo qualcuno vivere per sempre qui dentro. Forse non sono abbastanza mago per creare l'incantesimo perfetto. Poi ci fu il silenzio, e non funzionarono più a nulla le mie magie."
Lei rispose solamente "Anche io avrei voluto vivere per sempre qui." Lui rispose solamente "Lo so."
Lei chiese cosa avrebbe fatto di quel castello in sfacelo. Lui rispose "Aspetterò che qualcun altro giunga qui, lascerò il portone come sempre all'apparenza chiuso. Ma, senza alcuna chiave a chiuderlo, basterà spingerlo per entrarci. E proverò a ricostruirlo, perchè è l'unica magia che conosco e che mi permette di vivere ancora."
Lei aprì il palmo della mano, lo guardò fisso negli occhi. Ma non era uno sguardo di approvazione. Lui guardò in terra, sconsolato cercò nelle tasche, e le diede una chiave.
La fanciulla si alzò, si diresse nel bosco, prese in grembo il cerbiatto tremante, e a passi decisi ritornò in giardino, dove ancora il mago guardava in terra, seduto ai piedi di un rinsecchito albero. Gli passò innanzi senza guardarlo, solcò il giardino in direzione del portone di ebano. Uscì, lo chiuse saldamente, girò per due, tre, infinite volte la chiave, la tirò fuori dalla toppa.
Lasciò il castello alle sue spalle, e andò via.