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Da Appio Claudio ad Accio: "Ora scopiazziamo un po' da 'sti coglioni di greci, arh arh arh."
Da Lucillio a Orazio "Mamma mia come siamo ganzi!"
Da Tito Livio al crollo di Roma "Cacchio, forse eravamo più ganzi prima..:"
Di ogni autore latino invece è possibile comprendere tutte le opere e tutto il suo pensiero semplicemente immaginando che abbia detto una sola e unica frase:
Appio Claudio: “Pirro è 'no stronzo, fategli un culo così!!!”
Livio Andronico: “ ‘sti fessi di romani non capiscono un cacchio. Ora gli faccio vedere io..”
Nevio: “Che due palle scrivere drammi: fammi vedere un po’ ‘sti greci che hanno scritto…”
Ennio: “Nevio è scemo!”
Plauto: “Mò vi racconto un fatto da ridere: allora…c’era un soldato un po’ rincoglionito che…”
Cecilio Stazio: “Mò vi racconto un fatto da ridere: …come?...non vi fa ridere?...ah.”
Terenzio: “Mò vi racconto un fatto da ridere…e ma che cazzo, ascoltatemi!”
Catone: “ ‘ste puttane!”
Pacuvio: “Viuleeeeeeeenza!”
Lucio Accio: “Io sono lo scrittore più bravo dell’universo ^_^ ”
Lucilio: “Voi siete scemi, soprattutto Lucio Accio.”
Cicerone:“Catilina ti ho fregato! BLABLABLABLABLABLA Verre ti faccio un culo così BLABLABLA BLABLABLABLA Cesare non mi guardare così che mi fai tanta pauraBLABLABLA BLABLABLABLA Clodia sei una zoccola e tuo fratello un debosciato BLABLABLABLABLA Antonio sei bruttoBLABLABLABLABLABLA ora vi spiego come si fa a parlare bene come me BLABLABLABLABLABLA al mio tre abbracciamoci tutti quanti BLABLABLABLABLA…”
Giulio Cesare: “Che due palle: tutto 'sto casino sta a Roma! Ora vado in Gallia così sto più tranquillo…emmacheccazz…anche qua tutto ‘sto bordello! Evabbè, torniamo a Roma…emaporcaputt…qua c’è più casino di prima! Basta, mi avete rotto il cazzo vi prendo tutti a calci nel culo!”
Cornelio Nepote: “Noi siamo ganzi, il resto del mondo no.”
Pomponio Attico: “Noi siamo ganzi, chissenefrega del resto del mondo.”
Varrone: “Mi sa mi sa che prima eravamo più ganzi…”
Sallustio: “Giugurta è brutto. Catilina è brutto e cattivo. Così si imparano, ‘sti due cretini.”
Lucrezio: “Epicuro è un gran pezzo di figo, e voi siete dei cagasotto di merda.”
Catullo: “Lesbia ti amo! … Lesbia sei una zoccola!”
Properzio: “Cinzia sei una zoccola…ma ti amo!”
Cornelio Gallo: “Nooooooooon ti scordaaaaaaaaar mai di meeeeeeeeeeeee”
Tibullo: “Ecchissenesbatte di guerre, legionari, centurioni…trombate, che poi si muore!”
Virgilio: “Voglio andare a vivere in campagna…lalààà lalààà” - “Ora a ‘sti greci e ‘sti cartaginesi gli inventiamo una storiella su di Enea, così c’abbiamo la scusa buona per averli messi a ferro e fuoco tutti quanti!”
Orazio: “Ma guarda! Proprio bravo 'sto Lucilio!…però adesso mi ha anche un po’ ribollito le palle: vediamo se trovo qualche zoccoletta in giro…”
Tito Livio: “Siamo gaaaaaanzi! Siamo gaaaaaaaaaaaaaanzissimi!!! Ve lo dovete ricordàààà!”
Ovidio: “Io rinasceròòòò cervo a primaveeeraaaaa, oppure diverròòòòò…lalalààà!” - “Scopate scopate scopate! …no, no! Bugia! Scherzavo, scherzavo!!!”
Fedro: “Stronzi siete e stronzi rimarrete.”
Seneca: *pat pat* (rumore di pacche sulla spalla).
Persio: “Siete tutti delle merde e io sono l’unico bravo!”
Lucano: “Anche io anche io anche io sono bravo! Nerone succhiamelo!”
Petronio: “Mò vi racconto una storiella sporca, eheheh…”
Plinio il Vecchio: “Naaaaa, non ti preoccupà che non ci cado dentro ‘sto vulcano, che sò scemo secondo teeeEEEEEEEEE!!!!!!! AIUUUUUUUUUUUUUUTOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!”
Quintiliano: “Studiate, merde!”
Marziale: “Quanto è buono, quanto è bello/il catarro del cammello.”
Plinio il giovane: “Traiano mi ti farei.”
Tacito: “Mi sa che quelli che stavano prima di noi erano un po’ stronzi…”
Giovenale: “Andatevene tutti affanculo!”
Svetonio: “Quello era basso, quello aveva la trippa, quello era ricchione, quello gli puzzava il fiato…”
Apuleio: “Sim sala bin! E ora vi racconto pure due-tre barzellette…”
Ora: non conoscete nulla della letteratura latina e quindi questo post non vi ha divertito? Peggio per voi.
Conoscete qualcosa della letteratura latina, ma alcune cose vi sfuggono? Documentatevi.
Conoscete molta letteratura latina, ma non avete colto alcune frasi? Chiedetemi pure.
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| at trepida et coeptis immanibus effera Dido sanguineam volvens aciem, maculisque trementis interfusa genas et pallida morte futura, interiora domus inrumpit limina et altos conscendit furibunda rogos ensemque recludit Dardanium, non hos quaesitum munus in usus. hic, postquam Iliacas uestis notumque cubile conspexit, paulum lacrimis et mente morata incubuitque toro dixitque novissima uerba: 'dulces exuviae, dum fata deusque sinebat, accipite hanc animam meque his exsoluite curis. vixi et quem dederat cursum Fortuna peregi, et nunc magna mei sub terras ibit imago. urbem praeclaram statui, mea moenia vidi, ulta virum poenas inimico a fratre recepi, felix, heu nimium felix, si litora tantum numquam Dardaniae tetigissent nostra carinae.' dixit, et os impressa toro 'moriemur inultae, sed moriamur' ait. 'sic, sic iuvat ire sub umbras. hauriat hunc oculis ignem crudelis ab alto Dardanus, et nostrae secum ferat omina mortis.' dixerat, atque illam media inter talia ferro conlapsam aspiciunt comites, ensemque cruore spumantem sparsasque manus. it clamor ad alta atria: concussam bacchatur Fama per urbem. lamentis gemituque et femineo ululatu tecta fremunt, resonat magnis plangoribus aether, non aliter quam si immissis ruat hostibus omnis Karthago aut antiqua Tyros, flammaeque furentes culmina perque hominum voluantur perque deorum. audiit exanimis trepidoque exterrita cursu unguibus ora soror foedans et pectora pugnis per medios ruit, ac morientem nomine clamat: 'hoc illud, germana, fuit? me fraude petebas? hoc rogus iste mihi, hoc ignes araeque parabant? quid primum deserta querar? comitemne sororem sprevisti moriens? eadem me ad fata vocasses, idem ambas ferro dolor atque eadem hora tulisset. his etiam struxi manibus patriosque vocavi voce deos, sic te ut posita, crudelis, abessem? exstinxti te meque, soror, populumque patresque Sidonios urbemque tuam. date, vulnera lymphis abluam et, extremus si quis super halitus errat, ore legam.'sic fata gradus evaserat altos, semianimemque sinu germanam amplexa fovebat cum gemitu atque atros siccabat veste cruores. illa gravis oculos conata attollere rursus deficit; infixum stridit sub pectore vulnus. ter sese attollens cubitoque adnixa levavit, ter revoluta toro est oculisque errantibus alto quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta. |
Ma Didone, inquieta e stravolta dall' atrocità dei suoi propositi, volgendo gli occhi iniettati di sangue, le gote frementi cosparse di macchie e pallida per la morte che l'incalza, irrompe nel cuore del palazzo, come una furia sale gli alti gradini del rogo e snuda la spada del duce troiano, non per quest'uso chiesta in dono. Qui, quando vide le vesti e il letto conosciuto, per un attimo si perse fra lacrime e ricordi, poi si adagiò sulle coltri e pronunciò le sue ultime parole: "O spoglie, dolci finché il fato e il cielo l'hanno consentito, accogliete l'anima mia e liberatemi da queste pene. Vissi e percorsi la via assegnatami dalla fortuna: ora sotto la terra andrà gloriosa la mia ombra. Una città splendida ho fondato e visto le mura che ho innalzato; vendicando lo sposo, ho punito il fratello che mi era nemico; felice, oh fin troppo felice, se le navi dei troiani mai avessero toccato le nostre rive!". Disse e premute le labbra sui cuscini: "Invendicata morirò, ma morirò" proruppe. "Anche così è giusto spegnersi. Beva con gli occhi suoi dal mare il crudele troiano questo fuoco e porti con sé la maledizione della mia morte". E mentre parlava, le ancelle la vedono abbattersi sul ferro, vedono la spada intrisa di sangue e di sangue cosparse le mani. Un grido sale sino alle stelle e la notizia vola irrefrenabile per la città sgomenta. Le case fremono di lamenti, di gemiti, di grida femminili; di un immenso pianto risuona il cielo, come se, invase dai nemici 1'antica Tiro o Cartagine rovinassero dalle fondamenta e ruggendo le fiamme avvolgessero i templi e i tetti delle case. Esangue l'ode la sorella e, atterrita, in corsa angosciosa, ferendosi il volto con le unghie e il petto con i pugni, si getta tra la folla, invocando Didone in fin di vita: "Era questo, sorella? volevi ingannarmi? questo il rogo, questo, questo le fiamme, gli altari mi preparavano? Di che dolermi dovrei, ora che son sola? che morendo mi sdegnasti come compagna? Se al tuo destino m'avessi unita, un sol dolore, un' ora sola avrebbe col ferro rapite entrambe. Con queste mani ho eretto il rogo, con la mia voce invocato i numi dei nostri padri, per non esserti, crudele, accanto nella morte? Con te, sorella mia, hai ucciso anche me, il popolo, i nobili di Fenicia e la tua città. Fate ch'io lavi le ferite e, se un alito ancora aleggia in lei, ch'io con le labbra lo raccolgà'. E mentre parlava, in cima al rogo era salita e con un gemito stringeva al seno la sorella in fin di vita, asciugandole con la veste il nero sangue. Tenta lei, tenta di aprire gli occhi pesanti, ma di nuovo vien meno; stride nel petto la profonda ferita. Tre volte, facendo forza sul gomito, tentò di sollevarsi; tre volte ripiombò sul letto e con gli occhi smarriti cercò in alto, nel cielo la luce e nel trovarla gemette. |
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Questo blog e` dedicato a me stesso, a coloro a cui ho voluto bene, a coloro che mi vogliono davvero bene, a coloro che mi apprezzano, a coloro che lo hanno fatto o lo faranno. Al mio Amico e ai miei Angeli che mi guardano dal Cielo. E' dedicato anche a una famiglia in particolare, vi adoro :)